Martina Napolitano

Martina oscilla costantemente tra campanilismo friulano e internazionalismo post-sovietico. Conosce il russo per caso a quattordici anni, se ne appassiona e non smette più di studiarlo. Ama pressoché tutte le città e i luoghi in cui ha vissuto: Vilnius, Mosca, la California, Pordenone, e anche quelli in cui è solo passata. Per lei sì che «le parole sono importanti!», le pronunce ancor di più, e non lo nasconde mai ai suoi compagni di viaggio, soprattutto quando sbagliano le traslitterazioni dal russo. Precisa, minuta, elegante, è capace di passare ore ed ore rinunciando quasi del tutto ai pasti (ben diverso il discorso con le bevande, soprattutto se prevedono un tasso alcolemico).

A due lauree in Letteratura Russa decide, caparbia, di aggiungere un dottorato in Slavistica, e così va a fare ricerca negli Stati Uniti. Know your enemy, direbbe qualcuno.

Marco Carlone

Marco è nato una settimana prima della Caduta del Muro di Berlino, e fin dall’infanzia non si vuole rassegnare al fatto che il tempo scorra implacabile. Nel tentativo di fermarlo, si inventa di tutto: sviluppa passioni forti e virulente per le locomotive e i treni antiquati, diventa fotografo; come se fosse ancora negli anni Novanta, finisce addirittura a fare il percussionista in un paio di band. Seguendo le amate ferrovie, poi, compie il passo finale e definitivo: approda nei Balcani. Albania, Bosnia, Serbia, Macedonia, Bulgaria: non importa quanto sia in ritardo, non importa quanto sia lento: se c’è un treno, c’è anche lui. Trovandosi più in ex Jugoslavia che nella natia Pianezza, viene iniziato alla lingua serbo-croata e alle prelibatezze della cucina balcanica, abusandone immancabilmente in modo da tornare a casa ogni volta pieno non solo di emozioni.

Simone Benazzo

Simone, detto “Benny”, cresciuto all’ombra delle Alpi Retiche, fin da piccolo si contraddistingue per una spiccata tendenza alla riflessione pseudo-filosofica e per una insofferenza generale a regole e ordine. Le maestre contro cui lanciava le castagne lo punivano mandandolo a “pensare” lontano dai compagni durante la ricreazione, di fatto aumentando la sua innata attitudine meditabonda. La semiotica attira il giovane uomo a Bologna, ma poi è il richiamo dell’Est ad avvilupparlo maggiormente. L’incontro con Sarajevo segna il punto di non ritorno nella sua venerazione dei Balcani. Dopo studi internazionali a Torino, prosegue a Varsavia, portandosi a casa una terza laurea conseguita al Collegio d’Europa. Dopo i Balcani, è l’Europa centro-orientale con la sua storia memoriale travagliata e i populismi nazionali in auge a diventare valvola di sfogo dei rivolgimenti cervellotici del mezzo montanaro, che nel frattempo continua a esportare ovunque pizzoccheri e Braulio.